Lavoro dei pacifisti nelle istituzioni europee

Un Corpo Civile di Pace Europeo
di Paolo Bergamaschi

Cronistoria, ancora del tutto attuale, del lavoro dei pacifisti nelle istituzioni europee rivolto alla costituzione di un corpo civile di pace per la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti. Articolo comparso sulle pagine Web di “Movimento nonviolento” nel marzo 2002.

Indice:

  • L’impegno pacifista nelle istituzioni europee
  • La Politica Europea di Sicurezza e Difesa
  • Una politica integrata di prevenzione dei conflitti
  • Il richiamo del Parlamento Europeo
  • La voce dei pacifisti è ancora debole

L’impegno pacifista nelle istituzioni europee
Era il maggio del 1995 quando durante un dibattito sul futuro dell’Unione il Parlamento Europeo adottava a sorpresa un emendamento di Alexander Langer sulla creazione di un Corpo Civile di Pace Europeo come primo passo per contribuire alla prevenzione dei conflitti. La guerra e la pulizia etnica in Bosnia, allora, stavano mostrando gli aspetti più efferati così come emergevano tragicamente i nodi di una scriteriata politica estera europea nei Balcani.
L’idea poggiava sulla constatazione che l’esclusivo approccio militare non è in grado di risolvere le crisi e soprattutto non fornisce i mezzi per lo sviluppo e la conclusione di un vero processo di pace in caso di conflitto violento. Ad un peace-keeping militare va sempre affiancato o dato seguito un peace-keeping civile, si asseriva, alla gestione militare di una crisi deve essere affiancata quella civile.
Questa proposta è stata successivamente ripresa nel 1999 dal Parlamento di Strasburgo sottoforma di una raccomandazione al Consiglio cercando di mettere insieme e valorizzare le esperienze di molte organizzazioni non governative in vari angoli del mondo. Queste ONG, forti di competenze specifiche e azioni prolungate sul campo, avrebbero dovuto costituire il nucleo iniziale di un Corpo Civile di Pace Europeo inteso come struttura non molto ampia ma flessibile specializzata nell’attuazione di misure pratiche per la realizzazione della pace quali l’arbitrato e il ristabilimento di un clima di fiducia fra le parti belligeranti, la distribuzione di aiuti umanitari, il disarmo, la smobilitazione ed il reintegro degli ex-combattenti, la riabilitazione, la ricostruzione e il monitoraggio della situazione dei diritti umani.

La Politica Europea di Sicurezza e Difesa
La successiva crisi in Kosovo ha fatto scivolare di nuovo in secondo piano questa proposta provocando fra i paesi europei, in seguito ai malcelati dissensi con il governo americano, la necessità di definire e mettere in piedi con urgenza una politica europea di sicurezza e difesa (PESD). Si è così cercato di trovare un accordo con la NATO per l’uso delle sue strutture e delle sue capacità operative (bloccato prima dalla Turchia, membro dell’alleanza atlantica, e oggi dalla Grecia), si è accelerato il progetto di un modello europeo di aereo da trasporto di truppe e di mezzi, si è rafforzata l’idea di una rete satellitare europea ed è partita la costituzione di una Forza di Reazione Rapida di 60.000 uomini in provenienza dai diversi paesi membri. Il fatto, poi, che il segretario in scadenza della NATO, lo spagnolo Solana, diventasse il primo Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea dirottava ancor di più l’Europa verso una preoccupante dimensione militare.
Contro questa deriva si è levata forte la voce dei paesi neutrali, in particolare Svezia e Finlandia, i cui governi sono stati sottoposti alla pressione insistente delle rispettive opinioni pubbliche timorose che questo passo comportasse l’abbandono di uno status profondamente radicato nella loro storia e cultura. Contemporaneamente nell’Europarlamento una consistente parte delle sinistre (Verdi, Gruppo della Sinistra Unitaria e parte del Gruppo Socialista) hanno cominciato a bersagliare le presidenze di turno dell’Unione Europea affinché si definisse in tempi rapidi anche una vera politica di gestione civile delle crisi che controbilanciasse l’approccio militare salvaguardando la tradizione, l’immagine ed il profilo di pace dell’Unione stessa.

Una politica integrata di prevenzione dei conflitti
In seguito a questo a metà dello scorso anno la Commissione Europea ha pubblicato un documento sulla prevenzione dei conflitti elaborando il concetto di un approccio integrato alle aree di crisi in cui fare confluire in modo coerente le politiche comunitarie di sviluppo e cooperazione, gli accordi economici e commerciali, il controllo del commercio di armi e i programmi di sostegno alla democrazia, allo stato di diritto, alla società civile e ai mezzi di informazione indipendenti. In questo documento ci si interroga sugli effetti delle sovvenzioni agricole comunitarie sui paesi in crisi, sul rifiuto ad aprire i mercati europei a buona parte dei prodotti più sensibili (compreso riso, zucchero e banane), sulla disponibilità ad effettuare transazioni commerciali con paesi che non rispettano nè gli standard ambientali nè i diritti umani. Parallelamente alle azioni di prevenzione a lungo termine, secondo la Commissione, l’UE dovrebbe migliorare la propria capacità di reazione rapida a fronte di situazioni che in un dato paese minacciano di deteriorarsi irreparabilmente. Nel documento viene introdotto inoltre il concetto di stabilità strutturale individuando i fattori di rischio e gli indicatori secondo i quali far scattare questi meccanismi di rapido intervento.

Il richiamo del Parlamento Europeo
Nell’ultima plenaria del 2001 il Parlamento Europeo ha preso in esame le proposte della Commissione e pur apprezzandone i contenuti ha ribadito la necessità di istituire un Corpo Civile Europeo di Pace come indispensabile strumento di intervento dell’Unione nelle aree di crisi in linea con quanto affermato nelle sue precedenti risoluzioni. Nel testo si pone inoltre l’accento sull’esigenza di rafforzare la cooperazione e sviluppare la massima sinergia di azione con le Nazioni Unite, l’OSCE e le loro diverse agenzie.
Nonostante gli sforzi prodotti dall’Europarlamento è evidente che si è prodotto un dialogo fra sordi con il Consiglio e la Commissione Europea nella veste di quelli che non vogliono, non possono o non riescono a dar seguito alle proposte parlamentari.
Eppure basterebbe guardarsi attorno per rendersi conto dell’immenso lavoro svolto dalle ONG nei Balcani e di come queste abbiano spesso supplito alle insufficienze progettuali delle istituzioni internazionali, di come ad un processo di ricostruzione fisico sia spesso mancata la chiarezza e la decisione necessaria per la ricostruzione civile dei paesi coinvolti, di come la riconciliazione fra le parti ed il ristabilimento di condizioni minime di convivenza sia rimasto un progetto sulla carta.

La voce dei pacifisti è ancora debole
E’ giunto probabilmente il momento di fare un bilancio ed un’analisi comparata dei processi di pace in corso e dei conflitti che ancora covano sotto la cenere delle macerie con particolare riferimento ai Balcani e al Caucaso. L’esaltazione e l’ostentazione da parte dei governi dei paesi dell’Unione Europea delle ormai troppo frequenti missioni internazionali di pace dei rispettivi eserciti maschera in realtà una carenza di idee di fondo che impedisce una visione equilibrata e globale dei fattori di rischio e degli strumenti più efficaci ed appropriati di intervento.
La proposta di un Corpo Civile di Pace Civile Europeo non può morire tra i rimpalli delle burocrazie europee. Spetta però anche ad un movimento pacifista maturo e forte della propria progettualità far sentire la propria voce e far crescere la cultura nonviolenta anche nelle istituzioni.

Roberto Albanese

http://www.greenman.it

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